lunedì 26 aprile 2010

65 anni non bastano per avere una memoria condivisa

Regolarmente ogni anno  concludo la giornata del 25 aprile con un grande senso di disagio addosso.
Tutti i tg e la stampa in genere - con eccezioni soprattutto nel web - continuano a raccontarci ipocritamente  la favola bella del 25 aprile, festa della Liberazione, che dovrebbe essere condivisa da tutti gli Italiani.
Sappiamo però che la realta dei fatti è totalmente diversa: nei mesi scorsi anch'io ribadii la mia diversa opinione nel post Anno 2071, in Italia può iniziare la "memoria condivisa" .
Ieri ne ho avuto l'ennesima riprova. In giro per la mia città cercavo tra gli avvisi funebri quello relativo alla messa in suffragio ai caduti della RSI per verificarne l'ora e il giorno precisi; l'avevo visto poco prima senza prendere nota puntuale.
Arrivato alla fine del Corso Italia, nei pressi di via Mazzini, rintraccio la plancia degli avvisi e con la coda dell'occhio veda la banda trasversale tricolore di poco prima, ma l'annuncio era strato strappato da mani ignote.
Io da sempre, caratterialmente, sono un passionale, quando ci sono da difendere le mie idee e il culto dei miei cari, ta i quali annovero i tanti caduti della RSI, nella quale militò il mio defunto padre.
Anche lui rischiò di morire e lasciare mia madre vedova a soli 19 anni con una bimba in grembo, la mia sorella maggiore.
Ma gesti come questi non li ho mai commessi e hanno sempre da parte mia avuto la massima disapprovazione.
Purtroppo debbo constatare che a 65 anni dalla fine ufficiale della guerra, che fu anche guerra civile e non solo di Liberazione, troppi ancora offendono la memoria dei morti, ai quali tutti dobbiamo rispetto, non solo cristianamente, ma di più e soprattuto laicamente, memori della Pietas Romana, precedente alle parole del nostro Gesù.
Lo sdegno che provo quando ascolto notizie di oltraggi a tombe ebraiche me lo aspetterei dai soloni delle associazioni partigiane anche quando accadono fatti come questo.
Questi signori, però padroni del verbo resistenziale, non vogliono fare i conti con i troppi orrori che connotarono, come in ogni guerra civile, l'una e l'altra parte contrapposte.
Prima ancora che Pansa, grande firma del giornalismo nostrano, raccontasse al grande pubblico la mattanza a guerra finita di tanti fascisti e dei loro familiari, spesso colpevoli solo di aver indossato la camicia nera, la comunità dei figli dei soldati e dei caduti della RSI reclamava da anni inascoltata e sbeffeggiata il diritto di coltivare le proprie memorie.
Molti addirittura ancora oggi sono alla ricerca dei luogi dove si trovano i resti dei loro cari, per dare loro cristiana sepoltura.
Io rispetto e ho sempre rispettato i morti, quale che sia stato il loro colore politico, ma pretendo ed esigo che lo stesso rispetto sia tributato ai giovani, uomini e donne, che aderirono, moltissimi in buona fede e nel culto della patria, alla repubblica di Mussolini, la RSI.
Molto meglio di me descrivono gli stati d'animo di quelle generazioni i libri di Carlo Mazzantini, quello di Roberto Vivarelli "LA FINE DI UNA STAGIONE: MEMORIA 1943-1945" e tanti altri.
Roberto Vivarelli, valente docente universitario, è fratello minore di Piero, famoso paroliere, regista e sceneggiatore, anche lui giovane volontario della X Flottiglia Mas.
Roberto infatti aderì alla RSI per seguire il fratello maggiore Piero.
Essi andarono volontari con l'intento nobile di tenere fede ad un patto, seppure sottoscritto da altri e onorare la memoria del padre, ufficiale ucciso nella guerra dei Balcani.
Entrambi, dopo la guerra, approdarono a posizioni politiche di segno opposto, ma mai negarono il loro passato.
Altri invece, tra cui tanti nomi illustri, fecero di tutto per rimuovere i loro trascorsi in camicia nera e rifarsi così una verginità resistenziale, che li annoverasse tra i combattenti della libertà.
Ma questo è un altro discorso, che meriterebbe una trattazione più ampia.
Resta il fatto che il 25 aprile non è ancora una ricorrenza di tutti gli Italiani, bensì viene vissuta come la vittoria di alcuni italiani contro altri.
Gli appelli, anch'essi nobili, del presidente Napolitano, di Luciano Violante anni fa ed altri non sono serviti a nulla.
Quando qualcuno in nome della Liberazione si sente autorizzato ad offendere la memoria dei morti, io non posso, non voglio e non debbo riconoscermi in questa ricorrenza.
E questo non significa affatto disconoscere i valori della libertà e della democrazia, ai quali mi piace aggiungere quello dell'indipendenza da qualsivoglia padrone, compreso quello a stelle e strisce.
Viterbo, 26 Aprile '10
Giovanni Fonghini

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