mercoledì 28 luglio 2010

Una vecchia questione...morale

Dunque si ritorna a discutere di questione morale, di onestà, di rispetto delle leggi.
Il quadro della nostra Italia è penoso, desolante: i media ci parlano di tempeste mediatiche, rese dei conti, probiviri, espulsioni, guerre tra bande, conventicole criminali-affaristiche di ogni specie.
Alle figure politiche del passato di adamantina onestà come ad esempio Giorgio Almirante, Enrico Berlinguer, Giorgio La Pira, troviamo narrate le vicende di personaggi, le cui dichiarazioni, frequentazioni e spesso le colossali fortune economiche personali, ci fanno quantomeno sorgere dubbi e perplessità.
All'inizio di Tangentopoli io fui tra i più entusiasti dell'opera di quei magistrati, salvo poi successivamente dovermi ricredere clamorosamente. Il sogno politico e civile di vedere defunta la Prima Repubblica con tutto il suo carico di ruberie, ingiustizie, malcostume e malaffare svanì: la prima repubblica non era morta, si era solo fatta qualche ritocco e un pò di maquillage.

"L'alternativa al sistema" che ci doveva portare alla Nuova Repubblica era rimasta soltanto uno degli slogan appassionati e barricaderi della mia generazione militante del FdG.
Oggi chi si azzarda a reclamare semplicemente di volere buttare fuori dalla politica e dalla cosa pubblica i ladri e i corrotti, viene sbrigativamente e superficialmente etichettato come giacobino.
Vorrei perciò fare qualche piccola considerazione su un concetto perlopiù dimenticato, il senso dello Stato.
E' grave infatti che chi non è onesto faccia politica, ma, se vogliamo, la questione riguarda soprattutto i simpatizzanti e gli elettori di quel partito.
Ma è enormemente più grave e disdicevole, proprio per il rispetto sacro che si deve al senso dello stato, che chi non è onesto ricopra incarichi pubblici-istituzionali: sindaco, assessore, presidente di provincia e regione, ministro, sottosegretario e così via, attraverso una linea continua che va dalla rappresentanza del più piccolo comune fino alle cariche massime.
Ricordo che una delle tematiche missine riguardava questo passaggio: l'uomo di partito una volta eletto diventa uomo delle istituzioni, quindi rappresenta tutti, non solo i suoi elettori. Alcuni nel MSI arrivavano a dire che l'eletto dovesse rinunciare alla sua tessera di partito. Era una visione nobile e romantica della politica, forse riproporla sarebbe eccessivo, ma stava ad indicare il grande rispetto dello Stato, che si deve servire per amore della comunità nazionale, senza appropriarsi di un solo centesimo del denaro pubblico e di altri.
Questa è onestà, legalità, buona politica e corretta gestione della Res Publica degne del loro nome.
E se tutto questo significa essere giacobini, ebbene lo dico con orgoglio, sono un giacobino anch'io.
Giovanni Fonghini

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