domenica 14 novembre 2010

Il G20 serve a qualcosa?

Il G20 svoltosi a Seul nella Corea del Sud in questi giorni è la classica montagna che partorisce un topolino.
Buoni propositi e dichiarazioni d'intenti, utili tutt'al più agli inviati dei media per scrivere il loro pezzo.
Gli squilibri macroscopici tra le diverse aree del pianeta, aggravati dalla crisi economica iniziata nel 2008, sono ancora lì inossidabili a qualunque cambiamento di segno positivo.
I tempi lunghi, biblici direi, dettati dalle agende di questi costosissimi summit non danno alcuna risposta concreta ai molteplici problemi che l'umanità vive quotidianamente: non danno risposte a quei popoli che temono di impoverirsi drasticamente e non danno risposte nemmeno alle decine di migliaia di individui che muoiono ogni giorno di fame.
I massimi rappresentanti dei 20 paesi più industrializzati della terra, accompagnati da corti faraoniche, si incontrano per non risolvere nulla. Ognuno rimane fermo sulle sue posizioni, intento a difendere principalmente il proprio "particulare" e intanto il pianeta va alla deriva. Leggo poi che in realtà il G20 potrebbe ribattezzarsi G2, in quanto moltissimo dipende dalle decisioni dei 2 paesi maggiori, ovvero gli Stati Uniti e la Cina. Quindi se prima avevamo il gendarme della terra, adesso abbiamo anche un altro paese, che scalcia per cacciare il vecchio padrone e prenderne il posto. La cosa non mi piace e non mi tranquillizza affatto. Un pezzo dopo l'altro stiamo perdendo i pilastri fondamentali per un dialogo libero e con pari dignità tra gli stati. L'autodeterminazione dei popoli, la sovranità nazionale, la sovranità monetaria si stanno trasformando sempre di più in concetti astrusi da leggere nei saggi.
Sconfitto il comunismo ora il padrone vero del pianeta è il turbocapitalismo, che nel suo tritacarne del business macina l'ambiente, i popoli, i poveri, supportato alla massima potenza dagli speculatori internazionali e dalle agenzie di rating, che possono con i loro voti, mai disinteressati, distruggere la credibilità economica di uno stato conducendolo ad una rovinosa caduta.
La soluzione non è facile, nessuno ce l'ha in tasca, ma credo non sia più rinviabile il ripensare criticamente questi Gruppi di grandi paesi e con essi anche l'Organizzazione delle Nazioni Unite. Vanno trasformati in strumenti agili e rapidi nelle azioni necessarie per affrontare le emergenze del pianeta, applicando ai loro enormi costi di gestione una drastica politica di rigore. D'altra parte se è vero che la crisi economica è mondiale, è anche giusto che a pagarne le conseguenze non siano sempre e soltanto i poveri di ogni latitudine.
Giovanni Fonghini

Nessun commento:

Posta un commento