lunedì 20 giugno 2011

Un ministero qua uno là, intanto l'Italia va in malora

E' aperta la gara tra i politici a chi la spara più grossa. Dalle mie parti un proverbio recita "apre la bocca e gli dà fiato", riferito a qualcuno che parla tanto per parlare senza riflettere sul significato e sulle possibili conseguenze delle parole. La Lega reclama ministeri al nord, uno credo a Monza (non so perché proprio Monza); i loro alleati del PdL rispondono "ministeri no, sedi distaccate sì".
Eppure è sufficiente conoscere un poco l'ossatura della pubblica amministrazione italiana per sapere che quelle che vengono chiamate sedi distaccate esistono ed indicano l'amministrazione periferica dello stato. Infatti viene chiamata amministrazione centrale statale quella che si trova a Roma. Si sta persino promuovendo una raccolta di firme riguardo non quel che dovrebbe essere, ma quello che è cosi a partire dal 1870: la sede dei ministeri a Roma. Sembra di essere nel "teatro dell'assurdo" di Eugene Jonesco. Se la maggioranza sta male, l'opposizione non sta meglio. Vendola litiga con Bersani, Di Pietro non sta con nessuno, soltanto con se stesso, di tanto in tanto riaffiora Veltroni, il giovane rottamatore Renzi sembra essere passato di moda. Hanno perso tutti la bussola e navigano a vista, senza una meta prestabilita. Nel frattempo i problemi dei cittadini crescono, quando non peggiorano. L'occupazione, il problema della casa, la pressione fiscale asfissiante, la sanità malridotta, il futuro delle nostre pensioni ridotte al lumicino e la preoccupazione di chi la pensione la può solo sognare, la perdita del potere d'acquisto dei salari. Sono temi importanti, che dovrebbero agitare il sonno di ogni politico che abbia a cuore gli interessi nazionali. Il berlusconismo e l'antiberlusconismo non servono a niente, sono vecchi arnesi spuntati. E i sì, una valanga, indicati nei referendum dei giorni scorsi non sono, caro Bersani, voti di lista: non indicano la preferenza a questo o a quel partito. Di positivo c'è soltanto la grandissima partecipazione degli elettori, che ha permesso che dopo 16 anni si raggiungesse il quorum. In ogni caso l'esito referendario non costituisce assolutamente un'alternativa all'attuale governo e alla sua maggioranza. Se poi ci si vuol cullare nelle proprie illusioni ognuno è libero di farlo. Però se lo fa l'innamorato non corrisposto in attesa dell'agognato sì della sua amata non fa grossi danni, se invece lo fa un leader politico è un altro paio di maniche. Illude i suoi elettori e non si dimostra credibile per una "alternativa al sistema", come si diceva nel mio caro MSI (mai tanto così rimpianto, nonostante i mille difetti). Se ci si presenta come alternativa alla maggioranza attuale si ha il dovere di essere costruttivi e dare delle risposte concrete ai problemi che ci affliggono. Avrebbe, per citare un fatto recente, meritato maggiore attenzione e riflessione il tentativo dell'europarlamentare leghista Mario Borghezio di partecipare all'incontro del Gruppo Bilderberg. Non c'è riuscito ed è stato malmenato. La maggior parte dei media, sia tradizionali che nuovi, ne hanno parlato come fosse una notizia di colore. Non ci si è sforzati di andare oltre l'apparente folclore per interrogarsi sull'importanza di un incontro annuale, riservato ed esclusivo, che vede riuniti 130 esponenti di primo piano dell'economia, della politica e delle banche. Alcuni signori privatamente si riuniscono per decidere le sorti del pianeta e nessuno trova da ridire. Il gesto di Borghezio, a prescindere dalla simpatia o antipatia che si può provare per lui, doveva essere considerato per quel che è, una forma di protesta contro le lobbies, che in barba alle sovranità nazionali e ai popoli sono i veri padroni del mondo. Altrettanta ironia la si può trovare da parte dei media e dei politici di professione a proposito delle iniziative che CasaPound promuove per cercare una soluzione al problema della casa e del costo eccessivo dei mutui. La proposta del "mutuo sociale" è una di queste. E' un modo di fare politica concreto, ponendosi al servizio della comunità. Questa concretezza del fare dovrebbe trovare più imitatori e, se si vuole, è sintetizzata nella frase del gatto, che disse nel 1962 Deng Xiaoping "non importa che il gatto sia bianco o nero, importa che prenda il topo". Questo deve fare la politica: "prendere il topo". Purtroppo al momento sono a corto di gatti sia la maggioranza che l'opposizione.
Giovanni Fonghini

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