sabato 17 agosto 2013

Una poesia fa sempre bene

Schifato, basito, adirato, incazzato: no, non ho proprio voglia di scrivere di politica e delle misere cose italiane. Meglio, molto meglio una poesia, rinfranca l'animo e non può che farci bene. E' una poesia del poeta argentino Juan Rodolfo Wilcock - il quale trascorse gli ultimi anni della sua vita a Lubriano in provincia di Viterbo - alla quale sono molto legato. Si intitola "Mettiamo che io fossi un cacciatore".
Mettiamo che io fossi un cacciatore
come nei tempi, vestito di verde,
e fossi uscito a cacciare qualcosa
con un'arma, mettiamo, da fuoco antica
e un cavallo qualunque, nell'Alto Lazio
per i boschi che franano nell'argilla
e scendendo con gran difficoltà
per via del cavallo dietro un cinghiale
nei pressi di un ruscello a cascatelle
avessi visto te. Non so che dire,
la cosa sembra troppo straordinaria,
eppure accade, persino a Porta Furba:
com'è, lo sanno tutti, si apre il cielo,
cala una luce che cancella tutto
cavallo, cane, cinghiale e ruscello,
tutto tranne la luce che promani,
ma questa non è luce vera e propria,
piuttosto è un caldo che penetra dagli occhi,
un sentimento fatto forma visibile,
una metafora, un abbagliamento,
vai a descrivere il viso dell'amore,
sarà diverso per ogni cacciatore.
(tratta dall'antologia a cura di Antonello Ricci "Tuscia: viaggio in leggìo. Itinerari e viaggiatori dell'immaginario nel nostro secolo", Viterbo, 1998, edizioni Sette Città)

Giovanni Fonghini

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