giovedì 9 aprile 2015

Grazie, Giampiero Rubei

Cosa significa la parola comunità? Leggo sul Vocabolario Treccani della Lingua Italiana la seguente definizione:b. Insieme di persone che hanno comunione di vita sociale, condividono gli stessi comportamenti e interessi; collettività”. Perché ho sentito il bisogno di rileggere il significato di comunità? E’ presto detto: la colpa è della triste notizia della scomparsa di Giampiero Rubei e quindi devo in qualche modo "riappropriarmi" dell'essenza, del significato più profondo e vero di questa parola bellissima.
Parola che per me ha ancora una importanza cruciale, a dispetto degli stili di vita moderni che vanno nella direzione opposta. Ma non divaghiamo: Giampiero Rubei non c’è più. Non ho potuto conoscerlo personalmente, ma il suo nome tra gli amici di partito, il MSI, più grandi di me godeva di grande considerazione e ammirazione. L’operato e le attività di Giampiero Rubei gli hanno fatto tributare una messe di post e articoli (Barbadillo, Destra, Secolo d’Italia, Agenparl, La Repubblica, Il Tempo, La Repubblica Roma, Il Messaggero e molti altri). Per i militanti del Fronte della Gioventù della mia generazione il suo nome, prima che al jazz, era legato ai Campi Hobbit, che ideò insieme a Generoso Simeone. I Campi Hobbit furono un’esperienza politica del mondo giovanile della destra fortemente innovativa e di rottura rispetto al passato. Segnarono in qualche modo il passaggio dalla politica alla metapolitica; notevole eco ricevettero anche dalla stampa non riconducibile all'area missina che in alcuni casi li paragonò alla manifestazione già affermata e nota del Parco Lambro di alcune organizzazioni dei giovani di sinistra. Metapolitica si diceva, in fondo è questo il messaggio e il lascito di Giampiero Rubei, come scrive pure Annalisa Terranova sul Secolo d’Italia nell'articolo significativamente intitolato “E’ morto Giampiero Rubei. Da Evola al jazz, la sua avventura ha lasciato il segno a destra”. Di lui hanno anche scritto su Romait “Senza di lui non ci sarebbero stati il jazz a Roma, l’Alexander Platz, Villa Celimontana, il rilancio della Casa del Jazz…”. Tanti sono i nomi, di Giampiero e di troppi altri che non ci sono più, che appartennero alla mia cara e antica comunità di un tempo. Una comunità che, contrariamente a come veniva quasi sempre dipinta, era contraddistinta da una grande vivacità intellettuale nell’eterogeneità di mille voci e anime. Sono fiero di averne fatto parte. Grazie Giampiero, riposa in pace.
Giovanni Fonghini

p.s. Il blog Barbadillo.it ha gentilmente pubblicato questo mio contributo nella rubrica delle lettere La lettera. Giampiero Rubei non parlò di metapolitica. La mise in pratica

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